Scuola Numero Uno - La scuola dei portieri
Martedì 27 Settembre 2022 Articolo selezionato Archivio articoli
ITALIA, COME NASCONO I PORTIERI
Preparatori specifici dagli anni '80, ma si può parlare di "scuola"?
Calcio. Viaggio alla scoperta dei segreti dei nostri "numero uno"
di Luciano CESARETTI (giornalista)
Da Giampiero Combi (1902) a Gianluca Pagliuca ('66), da Lucidio Sentimenti ('20) a Walter Zenga ('60), passando per Ghezzi ('30), Sarti ('33), Albertosi ('39) e Zoff ('42).
Nei vari decenni del secolo scorso l'Italia ha sempre proposto sulla scena internazionale portieri di indiscutibile valore, tanto da essere considerata "la patria dei numeri uno". Storia recente è l'esplosione di GianluigiBuffon ('78), attuale estremo difensore della Juventus e della nazionale azzurra, peraltro lontano parente di Lorenzo Buffon ('29), anch'egli di professione portiere negli anni Cinquanta e Sessanta.
Ma allora qual è il segreto di questa lunga tradizione? I nostri sono talenti naturali o portieri tecnicamente "costruiti"? E, soprattutto, è legittimo parlare di una vera e propria "scuola italiana"?
Qualche dubbio sorge ripercorrendo proprio il cammino professionale di Gianluigi Buffon, divenuto portiere di serie A con la maglia del Parma non ancora maggiorenne e, per sua stessa ammissione, centrocampista fino all'età di tredici anni. Il tempo per plasmarlo, insomma, deve essere stato necessariamente limitato.
Nonostante ciò, Buffon rappresenta, al momento secondo gli addetti ai lavori, il miglior interprete del ruolo a livello europeo e mondiale. Possiede ottime doti atletiche, personalità, senso della posizione, istinto e, soprattutto, coraggio. La sua prerogativa, la stessa dell'udinese Morgan De Sanctis ('77) e di pochi altri in Italia, è quella di aggredire sempre e comunque il pallone, anche tra i piedi dell'avversario lanciato a rete.
Figura 1
Una coraggiosa uscita di Gianluigi Buffon quando militava nel Parma
Eppure persino a Buffon gli osservatori più attenti riconoscono alcune lacune, piccoli errori di carattere squisitamente tecnico, che esulano dall'intervento spettacolare. Alla Juventus, il numero uno di Carrara è seguito passo dopo passo da Ivano Bordon ('51), anch'egli in passato estremo difensore della nostra nazionale ed oggi preparatore dei portieri.
Una figura, questa, della quale hanno iniziato ad avvalersi, in Italia sul finire degli anni '70, solo alcune società d'élite (basti pensare che Walter Zenga, all'Inter, ha dovuto attendere il preparatore specifico fino al 1985, quando era ormai titolare da tre anni). In precedenza era quasi sempre l'allenatore in seconda a prendersi cura dei portieri. E' stato così nel caso di Dino Zoff, che, al pari di Fabio Cudicini ('35), Lido Vieri ('39) e molti altri, deve quasi esclusivamente al proprio talento il successo ottenuto in carriera.
E' evidente che l'introduzione del preparatore specifico per portieri ha rappresentato una importante "conquista" per la categoria. "I talenti - spiega Giovanni Galli ('58), numero uno dell'Italia di Bearzot negli anni Ottanta - nascono anche fuori della nostra penisola, ma noi abbiamo il merito, non trascurabile, di affinarne le qualità". In effetti, portieri come Ray Clemence ('48), Peter Shilton ('49) e, soprattutto, Gordon Banks ('37) - autore, ai Mondiali messicani del '70, di quella che ancor oggi è ritenuta la più grande parata di tutti i tempi - sono nati in Inghilterra, i vari Sepp Maier ('44), Toni Schumacher ('54) e Oliver Kahn ('69) sono tedeschi, mentre la Russia, ancor prima di Rinat Dasaev ('57), ha dato i natali ad un certo Lev Yashin ('29), l'unico portiere premiato con il Pallone d'Oro.
Figura 2
La “parata del secolo” di Gordon Banks su Pelè ai Mondiali di Messico ‘70
Persino il piccolo Belgio ha avuto esponenti del calibro di Jean Marie Pfaff ('53) e Michel Preud'Homme ('59), mentre in Danimarca farebbero addirittura un monumento a Peter Schmeichel ('63), capace di vincere quasi da solo gli Europei del '92 e per otto stagioni punto di forza del Manchester United.
Che anche all'estero ci sia la cosiddetta "materia prima" i nostri club lo hanno capito da qualche anno. Le scommesse del campionato cadetto si chiamano Cejas ('75), Avramov ('79) e Gillet ('79), mentre sono diciotto i portieri stranieri arrivati in serie A, tra i quali Claudio Andrè Taffarel ('66), campione del mondo con il Brasile nel '90, l'austriaco Michael Konsel ('62), il nazionale olandese Edwin Van der Sar ('70) e il fresco vincitore della Champions League, nonché erede di Taffarel nella Seleçao, Nelson Dida ('73).
La maturazione di quest'ultimo - secondo Galli - è emblematica: "Quando arrivò al Milan, Dida era tecnicamente disastroso, si tuffava come un pallavolista. Grazie a William Vecchi ('48), portiere negli anni Settanta e attuale preparatore dei numeri uno rossoneri, è migliorato molto anche nelle uscite e nei movimenti laterali". Dietro i progressi di Dida, dunque, William Vecchi, il fido collaboratore di Ancelotti già noto per aver lanciato Buffon. Parole d'elogio nei suoi confronti anche dal portiere dell'Udinese Morgan De Sanctis: "Quando ero alla Juventus, per sei mesi, ho avuto modo di lavorare con lui e posso confermare che nel suo campo è un vero fenomeno". Già, ma da chi avrà appreso Vecchi determinati metodi di allenamento? Le sue teorie, le sue idee coincidono con quelle dei suoi colleghi? De Sanctis precisa: "Ogni preparatore ha le proprie convinzioni, frutto anche del proprio bagaglio di esperienze.
Le strade quindi possono essere diverse, ma l'aspetto importante è che in Italia al portiere viene comunque associata una preparazione specifica. Chissà, i colleghi stranieri che ora giocano da noi, rubando i segreti del mestiere, un giorno potrebbero riciclarsi come preparatori"
. Walter Zenga, attuale allenatore del National di Bucarest, concorda: "In Italia si è capito che intorno al portiere bisogna lavorare. C'è un'attenzione maggiore rispetto agli altri Paesi, ma non credo sia possibile giungere ad una uniformità di vedute perché alla fine ognuno interpreta il ruolo a seconda delle proprie caratteristiche".
Non esistono insomma delle norme precise, non c'è un vero e proprio iter formativo, non disponiamo di docenti specializzati. Vale la pena, a questo punto, tornare un attimo indietro e ripercorrere le tappe più significative della carriera di De Sanctis. Il portiere abruzzese è un altro ragazzo prodigio del calcio italiano, avendo esordito con il Pescara nel campionato cadetto all'età di 17 anni. Nell'estate del '98 la Juventus sembrava puntare forte su di lui, considerato allora il naturale erede di Angelo Peruzzi ('70).
Chiuso, tuttavia, dallo stesso Peruzzi e da Rampulla ('62), De Sanctis collezionò solo tre presenze nel campionato '98-'99, troppo poche per meritarsi la fiducia della dirigenza bianconera e di Carlo Ancelotti in vista della stagione successiva. A Torino sbarcò, infatti, Edwin Van der Sar e De Sanctis, con il beneplacito di Vecchi (ma non era un intenditore?), fu costretto a fare le valigie. Tre anni difficili, da secondo di Turci ('70), anche a Udine, poi finalmente un posto da titolare. Nello scorso torneo De Sanctis si è segnalato come uno dei migliori nel suo ruolo per continuità di rendimento, segno che la Juventus e Vecchi (!) sul suo conto si erano sbagliati. Ma l'affrettata "bocciatura" di Morgan De Sanctis da Guardiagrele (Ch) non è stata l'unica in Italia. Il Milan, tanto per fare un esempio, ha lasciato che Carlo Cudicini ('73), figlio di Fabio, prendesse la via dell'Inghilterra, dove è stato addirittura eletto miglior portiere della Premiership. E poi c'è Marco Amelia ('82), scartato due anni fa dalla Roma e oggi titolare, oltre che del Lecce, anche della Nazionale Under 21 di Gentile. De Sanctis, Cudicini e Amelia rappresentano, dunque, tre sviste, tre errori commessi dai nostri cosiddetti "esperti".
Rispetto ad altri paesi, almeno, abbiamo riconosciuto l'importanza del lavoro specifico, ma ai nostri istruttori non è richiesto alcun patentino, attestato o diploma. E, di conseguenza, nessuno dei nostri portieri ha i tratti distintivi della "scuola italiana", che, di fatto, non esiste. Ecco, dunque, il portiere che aggredisce il pallone e quello che getta il corpo all'indietro, chi si lancia dopo aver effettuato un passo e spostato il bacino e chi, invece, fa il cosiddetto "arco".
Figura 3 Figura 4
L’uruguagio carini, ai mondiali di corea e giappone, si lancia dopo un passo/span> Un tuffo “ad arco” del milanista christian abbiati
Ecco, dunque, l'Italia che si lascia scappare Carlo Cudicini e la Roma che boccia Amelia. Ecco, infine, tanti interrogativi irrisolti: qual è la giusta posizione delle braccia al momento del tiro? E in quali occasioni si deve intervenire con la mano esterna? Qualcuno ai ragazzi del settore giovanile dovrà pure spiegarlo. Troppo facile lavorare sui Buffon, i Peruzzi e i De Sanctis. Portiere di serie A si nasce, di C, forse, lo si può ancora diventare.